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le Riserve integrali di Campolino e le altre

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il_bieco_ambientalista:
ho scritto recentemente un articolo su Campolino, e ieri un articolo sulla riserva integrale di Sassofratino nelle foreste Casentinesi.

ve li posto entrambi, attendo pareri (non-ideologici ;)) e spero di discutere con voi.


Riserva di Campolino, tempio della salvaguardia a due passi dall´Abetone

FIRENZE. 98 ettari di Wilderness in via di lenta ricostituzione, in una delle due stazioni appenniniche di origine naturale di abete rosso (Picea abies): questa è la Riserva orientata di Campolino, situata nell’alta val Sestaione, in prossimità del comprensorio sciistico dell’Abetone (Pt). Istituita nel 1971, ma attiva concretamente dal 1976, la riserva è contraddistinta da una popolazione pura (pecceta) di abete rosso in alto (fino alla quota massima di 1850 m, dove il bosco si stempera in praterie cacuminali), mentre più in basso (i 1442 m del lago del Greppio costituiscono il limite inferiore) si riscontra una consociazione mista abete rosso - abete bianco – faggio.

Pur essendo l’abete rosso una tra le piante più utilizzate al mondo per rimboschimenti e vivaismo, e pur essendo il suo areale di indigenato molto ampio (dalle Alpi al nord della Siberia), la sua distribuzione (in popolazioni naturali) sul territorio nazionale diviene frammentata dalle Alpi Pennine verso sud e verso ovest, a causa di fattori sia antropici, sia soprattutto climatici: in particolare sono presenti come detto solo due stazioni appenniniche relitte, una al passo del Cerreto (Re) e una, di maggiori dimensioni, a Campolino (Nella foto di Castorino il torrente Sestaione). La scoperta della naturalità del popolamento si deve a indagini pollinologiche condotte nel 1936 dal prof. Chiarugi dell’università di Firenze.

La particolarità della pecceta di Campolino è data dalla sua posizione contigua agli impianti sciistici, cosa che ha costituito – e continua a rappresentare - fonte di contrapposizione politica: delle quattro valli del comprensorio dell’Abetone (val Buia, val di Luce, val di Lima e val Sestaione) tre sono attualmente utilizzate per il turismo invernale, mentre in alta val Sestaione erano presenti alcuni impianti – contigui alla riserva - che sono stati chiusi definitivamente nel 2001.

Lo sviluppo urbanistico e infrastrutturale del comprensorio si sta in questo momento rivolgendo verso la val di Luce, più adatta agli standards (accessibilità, comodità, sicurezza) richiesti dal turismo sciistico odierno, mentre nell’alta val Sestaione è in atto un percorso di rinaturalizzazione che è sostenuto anche dalla presenza, in zona, di due Zps (Abetone e Campolino), del Sic “Alta val Sestaione” (codice Bioitaly IT5130001) e di alcune riserve biogenetiche.

Nella parte bassa della valle (zona di Piandinovello, comune di Cutigliano) erano pure presenti impianti, anch’essi chiusi, ma per alcuni dei quali è in discussione la riapertura, che comunque non andrebbe a danneggiare l’integrità della pecceta poichè prescrizioni ministeriali hanno imposto una riduzione della superficie sciabile al fine di tutelare la particolarità botanico-ecologica della riserva e anche alcune emergenze faunistiche della zona, come per esempio il Rampichino alpestre Certhia familiaris.

Mentre la val Sestaione è genericamente accessibile agli escursionisti, il grado di protezione all’interno della riserva è pressoché totale: la zona della pecceta è accessibile solo tramite visite guidate (rivolgersi al Corpo Forestale dello Stato, via del Carmine, 8 a Pistoia tel. 0573 23103-4), e la qualifica di “Riserva integrale” non è stata attribuita solo perchè sono necessari saltuari lavori di sistemazione, che vengono svolti sotto il coordinamento della Forestale. Si ha quindi una zona che è ben diversa da ciò che si intende comunemente per “area protetta”, che prevede cioè un grado crescente di attività produttive, compatibili con le quattro tipologie – zone a, b, c, d – introdotte dalla legge 394/91 art. 12 comma 2: il bosco di Campolino è un vero e proprio tempio della salvaguardia, che protegge un popolamento che - oltre ad avere caratteri di unicità geografica e corologica – è estremamente delicato: anche se non sono presenti significative infestazioni di insetti corticicoli – pur attive in altre parti del comprensorio - le ridotte dimensioni dell’area protetta e l’incertezza sul futuro andamento climatico costituiscono fattori di rischio concreto per la sua integrità.

Essendo già presenti nell’area, come detto, svariate zone di protezione, è auspicabile una evoluzione della politica di salvaguardia verso la creazione di un’unica area protetta a carattere regionale (già ipotizzata nel 1997 dal II Programma regionale per le aree protette) che riassuma e dia sistematicità al sistema dei vincoli in atto, al fine di percorrere la duplice politica di una migliore salvaguardia (es. intensificazione delle reti ecologiche) e di un miglioramento dell’offerta turistica locale per quanto attiene al turismo non invernale. Opportunità di sviluppo sembrano essere rappresentate anche dall’attuale discussione sulla nuova legge per le aree protette della regione Toscana, e dalla prossimità territoriale del Parco Nazionale dell’Appennino tosco-emiliano: non sembra azzardata l’ipotesi che, intorno al “nucleo” rappresentato dalla Riserva orientata di Campolino, possa in futuro costituirsi un’area protetta di valore nazionale (anche in conseguenza della ricchezza ecologica e naturalistica di tutta la parte alta della val Sestaione, e non solo della pecceta), in modo analogo a quanto avvenuto per la Riserva integrale di Sassofratino, oggi cuore del Parco delle Foreste casentinesi.



foto di Paolino-castorino

link http://www.greenreport.it/contenuti/leggi.php?id_cont=14738




il_bieco_ambientalista:

La riserva integrale di Sassofratino: un bosco ´comune´ riscopre il senso del limite


FIRENZE. Dei 36.400 ettari che attualmente costituiscono l’estensione del Parco nazionale delle Foreste casentinesi, la Riserva integrale di Sassofratino rappresenta, con i suoi attuali 764 ha, il cuore pulsante.

Istituita nel 1959 con atto interno all’Azienda per le foreste demaniali, poi ratificato con D.M. 26 luglio 1971, la Riserva è stata la prima decretata in Italia. Davanti alla sua maestosa impronta naturalistica viene da chiedersi, in via oggettiva, che cosa sia da intendersi per «Riserva integrale», e quali siano le motivazioni che hanno portato delle persone, 50 anni fa, a porsi un problema di conservazione delle risorse in una zona che non si caratterizza per unicità, poichè stiamo parlando di un faggeto-abieteto misto con acero, tasso e agrifoglio, consociazione boschiva tra le più comuni nell’Appennino tosco-romagnolo.

Altro è la Riserva di Campolino, altro è la Riserva marina dello Zingaro, di cui parleremo presto: zone, esse, di conservazione di habitat rari, quasi unici, habitat la cui protezione non può essere in discussione, poichè la loro fragilità e la loro unicità sono così evidenti che altro non si potrebbe fare che conservazione: non c’è scelta, non ci sono margini di discussione. Per Sassofratino non è così: l’uomo, ormai 50 anni fa, ha saputo fermare il proprio appetito di territorio, di caccia, di utilizzazione selvicolturale, in un’area in cui la caccia e l’agro-pascolo-silvicoltura costituiscono da sempre fonte essenziale di sostentamento. E soprattutto, in un’area che non costituisce habitat raro, unico, irriproducibile ed irrintracciabile altrove.

Sassofratino è forse una grande metafora delle politiche di protezione ambientale, e colonna portante della comprensione di come la salvaguardia sia qualcosa che l’uomo sceglie di fare, rinunciando inizialmente al consumo di risorse, per poi giungere attraverso l’informazione ad una percezione delle risorse immateriali come più importanti di quelle materiali. Quali infrastrutture ci sono, a Sassofratino? Nessuna. Niente.

Il turismo? Avviene intorno. Avviene nel Parco, avviene dove sono stati individuati quei famosi compromessi tra salvaguardia e sviluppo che sono essenziali per l’autosufficienza di una zona di protezione: senza Sassofratino non ci sarebbero alberghi, nel Parco. Non ci sarebbero strade, non ci sarebbe selvicoltura, non ci sarebbe caccia nelle zone adiacenti al Parco, sia pure con gli enormi problemi legati al disturbo che la fauna riceve dall’attività venatoria non regolamentata.

Una grande metafora della capacità dell’uomo di ritrovare quel «senso del limite» che l’uomo «non ama», come ha recentemente sostenuto Mario Tozzi, proprio dalle pagine virtuali di greenreport. Fermarsi in tempo, per poi ripartire con un’economia che, intorno alle zone «core» del Parco costruisca delle «buffer zone» (zone tampone) che comprendano tutto il mondo, tutto il territorio: una grande zona tampone tra un Parco e un’altro, in cui come formichine brulicano quelle attività produttive che costituiscono «core» dell’economia umana.

E intanto Sassofratino riposa, lì, con quel suo odore di bosco che tanto ci piace.

(zona accessibile solo per motivi di ricerca, info c/o Ufficio Territoriale per la Biodiversità
Via Dante Alighieri, 41 - 52015 Pratovecchio (AR)
tel. 0575.583763 - e-mail: utb.pratovecchio@corpoforestale.it)





link http://www.greenreport.it/contenuti/leggi.php?id_cont=14969


Eternity:
Siccome mi son svegliata da poco, mi fa un po fatica leggere tutto...
bravo bieco!
ma lo sai che stavo in pensiero? era troppo tempo che non scrivevi nulla di campolino..pensa che avevo intenzione di riesumare qualche vecchio post!

MrNice:
io ho letto e posso fare i complimenti al Bieco!!!
mitico!!!!!

Eternity:
ALLORA VIA! mi metto a leggere anch io.... il caffè ha funzionato!

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