Autore Topic: Beh, mi pare di avercela ancora fatta! Sono contento, sono contento è stata dura  (Letto 2757 volte)

Offline Bimbone

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E' la prima frase di Zeno appena dopo la vittoria olimpica.

Chi di voi ha storie e aneddoti da raccontare sul campione abetonese?
Io ho solo un ricordo di quando si trovava in ospedale a san marcello, mio padre l'ha conosciuto e qualche volta a sciato assieme.


Offline Kaliningrad

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«Mah, io non so se il mi’ Abetone sia di Mussolini. Io sono contento, questo sì».


Zeno Colò, il falco dell’Abetone
30 maggio 2008 —   pagina 20   sezione: Sport

Non c’è alcun dubbio: tra gli sciatori italiani di ogni epoca Zeno Colò, il boscaiolo dell’Abetone, è stato il più completo, il più audace, il più rapido e, malgrado le sue imprese non fossero esaltate dalla tv, il più ammirato, il più applaudito. E diciamolo: è stato l’unico sciatore del nostro paese ostacolato dalla federazione per la sua appartenenza ombelicale a un centro lontano dal nord. Vantarsi a ogni uscita di essere dell’Abetone e rifiutarsi di entrare nel clan cortinese, o in quello del Sestrière su invito personale del senatore Agnelli, negli anni Trenta era considerato un peccato mortale.
Un peccato grave secondo le autorità alpine che governavano lo sport della neve.
Intanto il suo carattere. Chiuso, duro, poche parole, niente evasioni, e, quel che è peggio, come vedremo un’ossessiva lealtà.
Colò si rivela in tutta la sua intransigenza nel 1938, a Dobbiaco, quando ha 18 anni, ai campionati giovanili. Vince libera e slalom, e ai gerarchi che vogliono fargli dichiarare di aver trionfato per il duce e per l’Italia fascista, risponde, come rammenta il mio amico Rolly Marchi: «Io ho vinto e sono contento per il mi’ Abetone». «E per l’Italia di Mussolini» gli suggerisce il capo dell’organizzazione. «Mah, io non so se il mi’ Abetone sia di Mussolini. Io sono contento, questo sì». E non dice altro.
 Nel ’41 ci sono i campionati del mondo a Cortina. Otto italiani si allenano per la libera. Ne scelgono quattro, tutti del nord. L’abetonese Colò viene escluso. Per placarlo gli offrono il compito di aprire la pista. E annunciano che il suo tempo è stato il secondo assoluto. Ma qualche settimana dopo salta fuori la verità. Il tempo di Colò è stato il migliore di tutta la gara. Hanno taciuto per ragioni politiche, per non gettare ombra sul successo del tedesco Jennewein, un grande.
 Da allora Zeno si scatena, vince dovunque si presenta alla partenza. Lo ferma solo la guerra. Alpino nella scuola in Val d’Aosta, se la cava rifugiandosi in Svizzera. Internato a Mürren, nell’Oberland Bernese, continua a gareggiare per due anni, ma deve camuffarsi. Rolly Marchi scrive: «Come ti possiamo chiamare?». «Che ne so io? Datemi un paio di sci e fate voi...». E nell’Europa delle nevi si chiedono chi è quel misterioso Blitz che straccia tutti gli avversari, anche i più famosi.
Dopoguerra. 1948, Olimpiadi di Sankt Moritz. Zeno è il favorito d’obbligo. Ma l’unica caduta in due anni di gare, proprio a metà della libera compiuta a tempo di record, lo obbliga alla rinuncia. Torna sulla cresta dell’onda nel ’49 a St. Anton, nel Kandahar, la discesa più difficile d’Europa, dà 5 secondi all’austriaco secondo classificato, ripetendosi per due volte negli anni seguenti. Sempre nel ’49 sale al Piccolo Cervino per attaccare il primato di velocità che Leo Gasperl ha fissato nel ’31 con 136,600 all’ora.
E lui, con gli sci di frassino della ditta Cambi di Pisa viene giù a 159,291, un limite che durerà fino al 1960.
Poi ad Aspen, nel Colorado, ai campionati del mondo del 1950, entra nella leggenda. S’impone nella discesa e nel gigante, mancando per 20 centesimi di secondo il terzo titolo nello slalom. Una discesa da brivido, lunga 3400 metri, 800 metri di dislivello, definita dal francese Oreiller un «concorso di salto» con balzi nel vuoto che superano anche i trenta metri. Una targa murata nella roccia ricorda la sua impresa. E credo ci sia ancora il ristorante Abetone. Gli americani impazziscono per lui. «Colò! Colò!» gridano. Non riescono a pronunciare correttamente il suo nome. Lo chiamano «il figlio del vento» e gli fanno ponti d’oro perché rimanga in America. Il suo stile «a uovo», che in seguito sarà adottato dai campioni francesi, ha rivoluzionato la tecnica dello sci.
Celina Seghi completa il trionfo della scuola abetonese guadagnando il bronzo nello slalom. Zeno respinge tutti gli inviti, si conferma nella rivincita di Squaw Valley, la stazione del celebre film con la musica di Glenn Miller, e vince la Coppa Harriman, discesa e slalom. Si ripete in Canadà, un tris fantastico, e rientra in Italia festeggiato come un eroe. All’Abetone si tassano per regalargli una Topolino. Altro che gli ingaggi miliardari di Tomba!
Ha 32 anni quando a Oslo, Olimpiadi del 16 febbraio 1952, nella discesa sulla terrificante pista di Norefjell, 2440 metri, tutta cunette e sassi, niente a vedere con le piste d’oggigiorno simili ad autostrade recintate, crea il suo capolavoro. Alla vigilia l’ha risalita a piedi, studiando i passaggi più pericolosi. C’era poca neve e qua e là affioravano pietre. «Fortuna che le mie gambe sono d’acciaio» è il suo commento. Prima di partire fuma un paio di sigarette. Ma ha consegnato all’austriaco Christian Pravda, il suo rivale più forte, un vasetto di Scivelox, la sciolina speciale che solo gli italiani hanno. «Questo vantaggio mi sembra sleale» aveva detto.
E a Pravda infligge il medesimo distacco abissale, tre secondi, che gli ha dato anni indietro sulla vertiginosa Banchetta del Sestrière. I giornali norvegesi lo definiscono «il falco di Oslo», il nomignolo che Zeno Colò preferirà a tutti gli altri ricevuti: «il toscano di ferro», «il ciclone di Aspen», «lampo», «l’aquila del Colorado», «il fulmine nero delle nevi» per i suoi indumenti tutti neri, eccetera eccetera. Una collezione di soprannomi che nessun altro sciatore ha raccolto nella sua carriera.
Ci fosse stata, già allora, la Coppa del Mondo, un fuoriclasse completo come Zeno, che vinceva in tutte le specialità e su ogni tipo di neve, l’avrebbe conquistata ogni anno. Tanto è vero che è stato 21 volte campione nazionale, la prima a 21 anni nella discesa libera, l’ultima a 35 in discesa e slalom speciale.
Ma proprio a Oslo si conclude improvvisamente la sua carriera internazionale. Minacciano di squalificarlo. Lo accusano di professionismo perché indossava giacca e scarponi con la sua firma. Era proibito. Il regolamento del comitato olimpico vietava agli atleti di cedere il proprio nome a uno sci o a un indumento. Qualcuno riusciva a farlo. Come lo slalomista svedese Stein Eriksen, che usava sci Eriksen ma il produttore era suo padre. Come il discesista austriaco Martin Strolz che calzava scarpe Strolz ma di professione era davvero calzolaio al pari dell’italiano Carlo Gartner. Come la nostra Celina Seghi che inforcava gli sci modello Seghi ma accanto al cognome c’era il nome Gino, suo fratello allenatore.
E Zeno cosa ha fatto? Ha consigliato alla Nordica uno scarpone a doppia tomaia commercializzato come modello “Zeno Colò”. E due anni dopo si è ripetuto con la Colmar per la prima giacca a vento a guaina, aerodinamica, chiamata “guaina Zeno Colò”. Per ogni guaina, e ogni paio di scarponi venduti, Zeno ha ricevuto una royalty. «Poche lire» dichiara il nostro eroe, «boia d’un mondo, dovevo morire di fame? La federazione ci dà mille lire al giorno, quando siamo convocati, per rimborsarci le spese. Non direte che ci arricchiamo!».
Allora cosa accade? Tolgono la medaglia d’oro a Zeno? Le autorità italiane lo difendono con cautela. E certo il commissario tecnico Otto Menardi, che avrebbe dato chissà cosa per vedere un cortinese al posto di Zeno, non spende molte energie per salvarlo. Ma tutti capiscono che strappargli dal petto la medaglia vinta con tanta superiorità a Oslo farebbe esplodere uno scandalo.
Oltretutto la federazione invernale sta per accettare la logica delle sponsorizzazioni. Finiscono per combinare un accordo che è un vero pasticcio. Eccolo: Zeno Colò non potrà più partecipare alle gare internazionali.
E Zeno, ai giornalisti che vanno a trovarlo all’Abetone per raccogliere le sue proteste, racconta coma ha vinto ad Aspen, schivando sassi, alberi e burroni, e come ha stabilito il record mondiale di velocità scendendo nel ghiacciaio a 160 chilometri orari. «Io avevo sci di legno dalla lamine approssimative, attacchi con staffe fisse e cinghie di cuoio, scarponi senza nessuna rigidità, bastoncini di bambù, pantaloni larghi di gabardine che si gonfiavano al vento, legati sotto il ginocchio con un elastico perché non sbattessero frenando. Un maglione e testa nuda, con i capelli al vento, i pochi che mi erano rimasti. E invece di premiarci, noi atleti, che aiutiamo il progresso migliorando le strutture tecniche, ci puniscono vietandoci di correre!».
Non aveva mai parlato così tanto. Ma dopo la squalifica vince i campionati italiani di tutte le specialità alpine e una gara internazionale disputata a Cortina. Gli affidano la nazionale per i mondiali del ’54 in Svezia, e chapeau al fuoriclasse, gli concedono di aprire la pista della libera con la neve intatta. Zeno fa segnare il miglior tempo assoluto dietro al solito Christian Pravda. «E gli avevo sciolinato gli sci, io...Se la neve non fosse stata fresca, lo avrei battuto di nuovo, come sempre!».
Amareggiato, finisce per chiudersi sempre di più. Si arrocca nella sua tana dell’Abetone, ora lo chiamano «l’orso dell’Appennino» e fa l’allenatore federale. Paga miserevole. Apre un ristorante, La Capannina, e facendo gli onori di casa consiglia i necci. Sorridendo con un po’ di tristezza racconta dei necci della sua infanzia: «Allora sciavo legandomi agli scarponi le doghe delle botti spezzate a metà e nelle nostre cucine i necci costituivano un piatto di lusso, soprattutto per i ragazzini. Senza castagne, prima della guerra, come avremmo fatto a tirare avanti?».
Ma il ristorante gli va male. E nel ’72 lo cede a Luigi Ugolini che lo rilancia alla grande. Nel 1987 gli asportano un polmone. Fumava troppo. Deve rinunciare alla professione di maestro di sci. E precipita nell’indigenza. All’inizio del 1989 il governo gli assegna un vitalizio di 800mila lire mensili in base alla legge Bacchelli. Il suo caso viene portato in parlamento. E Zeno commenta: «Nell’interrogazione si dice che sono malato e in miseria. Malato sì, ma la parola miseria mi sembra un po’ forte e non mi piace. Sarebbe stato meglio dire in non floride condizioni economiche». Sempre nel 1989 gli fu annullata la squalifica che lo privò di un altro titolo iridato.
Zeno Colò si spense a 73 anni, nel 1993, nell’ospedale di San Marcello Pistoiese, dopo un ricovero di venti giorni. Il suo unico polmone non tirava più.

Offline SAMA0577

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Bello... grazie.

Offline furmine

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Bella testimonianza.
Letta tutta d'un fiato

Offline ski boy

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Lo avevo già letto almeno un paio di volte
Ma l'ho riletto volentieri, da brividi veramente, e non solo per il grande e unico Zeno Colo', o per il fatto di essere una testimonianza di altri tempi, eroici direi, ma anche per il fatto che Zeno era dell'Abetone, che qua dentro magari non ci risparmiamo in critiche e lamentele, ma credo che questo sia dovuto al fatto che la amiamo un po' tutti l'Abe, perché ci siamo cresciuti, perché e' dentro di noi

Offline Balena

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spettacolare .
lo aveva già postato kalin mi pare nel 2013 in aprile / maggio .
lo avevo salvato su un file word  ;)
"Dev’essere tremendo questo Abetone se il campionissimo viene di lì... " dal libro “Dove lo sci” di Rolly Marchi” edito nel 1967

Regno della Pervesità - meteorologo collaboratore di Giglio e spalatore delle carrozze reali e dintorni!

Offline ilchiuso

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Commovente...
Il Chiuso

Offline Bimbone

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Quello é tratto da libro di rolly marchi? Chi ha testimonianze dirette o per conoscenza?

Offline Kaliningrad

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